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mercoledì 2 gennaio 2013

Scomparsa Rita Levi Montalcini


Come primo post dell'anno mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa di diverso ma non potevo astenermi dallo scrivere poche righe in ricordo di Rita Levi Montalcini. Non l'ho mai conosciuta personalmente ma ho avuto in passato la fortuna di poter studiare, con alcuni suoi collaboratori, il lavoro che le valse il Nobel nel 1986; il tanto citato NGF (Il fattore di crescita delle cellule nervose) in un'aula universitaria che portava da sempre il suo nome. C'è poco da dire riguardo la grandezza della sua straordinaria mente, i suoi studi rimangono un pilastro formidabile per la scienza medica tutta. Forse il miglior modo per ricordarla è leggere uno dei suoi libri. Il mio consiglio è (come già segnalato in passato) "L'Asso nella manica a brandelli" (Baldini&Castoldi) un viaggio nell'inverno dell'uomo (la vecchiaia) senza buonismi e senza riflessioni consolatorie ma visto con gli occhi della grande scienziata e con una prospettiva dopotutto estremamente positiva.


"A me nella vita è riuscito tutto facile. Le difficoltà me le sono scrollate di dosso, come acqua sulle ali di un'anatra." -Rita Levi Montalcini-

Di seguito il comunicato stampa del Prof. Luigi Nicolais Presidente del CNR:

"La comunità scientifica perde oggi un autorevole esponente che nella   sua lunga intensa vita ha testimoniato con straordinaria lungimiranza   e fermezza il valore e l'importanza della ricerca scientifica. A lei dobbiamo tanto. Ha sostenuto, formato, entusiasmato, generazioni di   giovani talenti,  abbattuto pregiudizi, liberato energie, spianato   percorsi, fatto della ricerca un baluardo di democrazia.Per questo e  non solo, è difficile sintetizzare in una breve dichiarazione il vuoto che lascia nella comunità scientifica e in noi tutti, indipendentemente dalle competenze e dai ruoli", dichiara il  presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, prof. Luigi  Nicolais. "Rita Levi Montalcini ha rappresentato, al di là di ogni  retorica, un pezzo di storia: per lo straordinario valore delle sue  ricerche, che hanno consentito di acquisire nuove e fondamentali conoscenze, attestato dal premio Nobel, e per la sua testimonianza umana. Di lei ricordiamo oltre allo straordinario contributo scientifico, il costante e nobile impegno in campo sociale e l'impulso etico che ne hanno animato l'intera esistenza. Costretta a espatriare dalle leggi razziali, Levi Montalcini è tornata a svolgere la sua attività in Italia, dimostrando in tal modo il legame profondissimo che la univa al nostro paese. E' per noi motivo di commosso orgoglio ricordare, in questa triste occasione, la sua prolungata collaborazione con il CNR: dal Centro di Ricerche di neurobiologia, al Laboratorio di Biologia cellulare, fino all'Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello-EBRI".

mercoledì 12 dicembre 2012

Sogno o son desto?



Chi non ha mai provato quella caratteristica sensazione di sonnolenza che si ha la mattina appena svegli, tipica dopo una nottata insonne e che perdura per tutto l’arco della giornata rendendo una qualunque attività, lavorativa e non, particolarmente complessa da gestire a livello fisico e mentale? Una condizione che normalmente è “curabile” con un buon sonno ristoratore, almeno per i più fortunati. Secondo un recente studio infatti, apparso sulla prestigiosa Science Translational Medicine, sempre più individui fra i 20 ed i 30 anni di età andrebbero incontro a quella che è stata definita come l’Ipersonnia Primaria una vera e propria condizione patologica, diversa dalla più nota narcolessia che porta ad improvvisi attacchi di sonno, caratterizzata da un continuo stato di torpore e di sonnolenza. David Rye, neurologo dell’Università Emory di Atlanta e primo firmatario della ricerca, sospettava da tempo la possibile implicazione in questa malattia di un neurotrasmettitore chiamato GABA. Per verificare la sua ipotesi il ricercatore ha prelevato del liquido cerebrospinale dai pazienti e ha osservato se in effetti dei recettori per il GABA si attivassero in presenza del liquido prelevato. In realtà al primo tentativo nulla è avvenuto, ma quando è stata aggiunta una piccola quantità di GABA al liquido la risposta dei recettori è stata molto evidente, più forte di quella che ci si aspettava per quella minima quantità di neurotrasmettitore. Sembra dunque che qualsiasi sia la sostanza contenuta nel sistema nervoso degli ipersonni questa non agisca direttamente sui recettori, ma ne aumenti la sensibilità al GABA, proprio come fanno le benzodiazepine, quella classe di farmaci, nota come Valium o Xanax, utilizzati dagli insonni. Sulla base dei suoi risultati, il Prof. Rye ha iniziato, insieme al suo staff, a lavorare su un nuovo farmaco capace di contrastare “l’effetto sonnolenza” nei soggetti sensibili. “La ricerca sull’Flumazenil (questo il nome del farmaco nda) è ancora all’inizio, confidiamo però sui buoni risultati finora ottenuti.” Ha commentato il ricercatore che ha poi aggiunto: “Speriamo inoltre arrivino presto dei finanziamenti per la nostra ricerca affinché si possa condurre quanto prima un importante studio clinico”. 

mercoledì 28 novembre 2012

Gli arbitri non servono



Prendete quindici giocatori professionisti di pallacanestro e metteteli insieme ad altrettanti spettatori non esperti davanti a uno schermo dove scorrono le immagini di una partita. Obiettivo: individuare i comportamenti scorretti che vengono commessi in campo. Ebbene, il risultato è che gli atleti professionisti, che hanno interiorizzato le regole del basket, potrebbero tranquillamente fare a meno di avere un arbitro durante le loro partite, poiché il loro cervello è in grado di riconoscere in maniera automatica regole e scorrettezze. Tutto merito dei neuroni specchio. Come dimostra una ricerca di un team interdisciplinare del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) che ne ha individuato, per la prima volta, il coinvolgimento anche nella rappresentazione a livello cerebrale delle norme che regolano le azioni complesse trasmesse culturalmente o apprese per imitazione e mediante l'esercizio fisico (come il balletto, la scherma, il calcio, o il suonare uno strumento musicale).

Lo studio ('Who needs a referee? How incorrect basketball actions are automatically detected by basketball players’ brain'), è stato appena pubblicato su Scientific Reports, un’autorevole rivista di Nature.com. «Mentre è nota da tempo l'esistenza di un sistema di neuroni specchio che rappresentano e rispecchiano le azioni intenzionali istintuali (come ad esempio raccogliere,  afferrare o raggiungere un oggetto) – spiega la professoressa Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica presso l’ateneo milanese – è tuttora poco noto come il cervello si rappresenti le norme che regolano le azioni complesse come gli sport o le abilità motorie che si apprendono dopo un lungo training, per imitazione, con lo studio e l'esercizio». La ricerca si è svolta presso il laboratorio di elettrofisiologia cognitiva dell’Università di Milano-Bicocca, ha coinvolto sia giocatori di basket professionisti di serie C sia spettatori inesperti, e ha utilizzato due tecniche di ricerca: la registrazione dell’attività bioelettrica cerebrale (ERPs) e la tecnica di neuroimmagine swLORETA (tomografia elettromagnetica a bassa risoluzione).
Nella fase preparatoria, 10 giudici di gara di serie C hanno selezionato 100 immagini con comportamenti corretti e 100 con comportamenti scorretti (si vedano in figura 1 alcune immagini di comportamenti corretti e scorretti). Queste immagini sono state poi mostrate sia a un gruppo di atleti professionisti che a uno di spettatori inesperti, inframmezzate con immagini di un campo da basket vuoto: a tutti è stato chiesto di premere un tasto alla vista del campo vuoto, in modo che fossero concentrati su un aspetto che prescindesse dalle competenze sportive. Durante il test, in coincidenza della vista del comportamento scorretto, è stata registrata un’attivazione cerebrale differente nel cervello dei giocatori professionisti, completamente autonoma e indipendente dall’attività in corso, focalizzata sull’immagine del campo vuoto: le risposte cerebrali hanno rivelato come i giocatori riconoscessero automaticamente la presenza di una scorrettezza in campo in 4 decimi di secondo, mentre i telespettatori continuavano a rimanerne del tutto ignari (si veda la figura 2 con le diverse attivazioni cerebrali).
È come se i giocatori professionisti avessero interiorizzato così solidamente le regole motorie su quali siano i gesti corretti e le azioni scorrette che queste si attivano in maniera autonoma e indipendente dalla volontà dell’individuo. «Grazie alla tecnica di neuro-immagine swLORETA abbiamo identificato quali popolazioni di neuroni specchio visuo-motori rappresentano le norme che regolano le azioni complesse (in questo caso le regole del basket) da un punto di vista motorio. La regione visiva extra-striata specializzata nel riconoscimento del corpo umano e il solco temporale superiore (che codifica i suoi movimenti e le intenzioni dei giocatori) sembrano rivestire un ruolo fondamentale nell’apprendimento delle regole sportive basate su input visivo» conclude Alice Mado Proverbio. Secondo Alberto Zani, ricercatore dell'Ibfm-Cnr «questi risultati rivelerebbero l'importanza dell'apprendimento visivo negli sport. L'osservazione diretta del "gesto motorio" appropriato, infatti, rappresenta il modo più efficace di apprendimento per l'atleta, rispetto alla descrizione verbale indiretta di quale dovrebbero essere la postura, la tensione muscolare, la tempistica del movimento adeguate». Questo studio rivelerebbe quindi il meccanismo neurale del processo di apprendimento per imitazione. In particolare, spiegherebbe il ruolo dei neuroni specchio nell’apprendimento di un’abilità motoria: vedere un giocatore di basket che gioca, un artigiano mentre lavora, un violinista mentre suona, avrebbe effetti immediati sulla plasticità cerebrale e la memoria, andando a plasmare direttamente le strutture neurali specchio coinvolte nella rappresentazione del movimento, anche in assenza di specifiche istruzioni verbali.

"Chi non accetta il giudizio degli altri limita la possibilità di migliorarsi" -Pierluigi Collina-

mercoledì 21 novembre 2012

Recchioni: “Il Fumetto è un linguaggio, non un prodotto per l’infanzia” (Ristampa Mater Morbi)



In occasione della ristampa dell'albo "Mater Morbi" (da ieri in tutte le edicole) ripropongo un mio articolo redatto, poco più di un anno fa, subito dopo una piacevole diretta radiofonica con Roberto RecchioniE' passato un pò di tempo ma continua a rimanere il mio prodotto preferito "made in Rrobe". Si lo so, qualcuno di voi dirà: "Ma dai, è più facile scrivere di certe cose, suscitare emozioni con l'ausilio della malattia; voi mette i silenzi dei Samurai e le atmosfere magiche del Giappone feudale con i dotti riferimenti letterario/cinematografici".
Sarà tutto vero ma io non sono così raffinato e alla poesia del "ciliegio in fiore" preferisco il "puzzo dell'amuchina" sul pavimento di un ospedale...
Buona lettura


“Il fumetto è una forma di linguaggio; e come tale con esso è possibile comunicare anche su temi importanti. Purtroppo in generale le persone tendono a considerarlo come un prodotto destinato all’infanzia”. Con queste parole inizia un lungo dialogo con uno dei maggiori sceneggiatori di fumetto italiani degli ultimi venti anni; Roberto Recchioni; talentuoso maestro della sceneggiatura che con grande abilità e straordinaria sensibilità ha dato vita ad una delle storie più belle di sempre legate all’ “Old Boy” Dylan Dog. Sto parlando di “Mater Morbi” albo numero 280 della serie regolare del mensile Bonelli fra i più venduti in Italia.
E’ una piacevolissima chiacchierata quella con Recchioni, andata in onda durante la diretta di Music&Medicine venerdì 16 settembre 2011; Roberto con estrema chiarezza traccia il “leitmotiv” che lo ha spinto a realizzare tale albo e sottolinea la catarsi di un opera che va oltre la narrazione stessa; divenendo una sorta di “specchio cartaceo” all’interno del quale ogni malato, passato o presente, è in grado di rivedere se stesso.
Come lo stesso Recchioni sottolinea: “Dylan Dog è un paziente che combatte e tende a non usare la sua malattia come scudo con il resto del mondo” precisa infatti: “Spesso il malato utilizza la sua condizione come una protezione nei confronti del mondo esterno; sono malato e dunque giustificato a prescindere da cosa faccia o non faccia, dica o non dica”. E’ anche per questo che la malattia, Mater Morbi, è una bellissima e sensuale donna che seduce e tortura i suoi malcapitati “amanti”.
“L’aspetto seducente è legato proprio al fatto che la malattia permette agli uomini d’esser giustificati”; ma Mater Morbi è anche un’amante esigente che strappa via salute e stabilità alle sue vittime come una fredda torturatrice. Il lavoro di Recchioni è per questo un prodotto senza tempo; perché, come lui stesso evidenzia, nonostante nuove terapie e innovativi strumenti diagnostici il malato in un ospedale rimane solo, nemmeno l’amore dei propri cari possono colmare quell’enorme distanza che separa i “sani” dai “malati”. “Qualcuno ha detto che nessun uomo è un isola, ma sono ragionevolmente convinto che a dirlo è stata una persona in buona salute” questo il commento che scrive Dylan Dog-Recchioni in un diario durante un suo ricovero; a sottolineare la grande solitudine di un malato. C’è tanto di Roberto Recchioni in questo albo ma è forse per questo che il fumetto riesce a prendere per mano il lettore, anche il più distratto, e lo conduce in un vero viaggio attraverso la patologia; come solo l’opera di un artista può fare.
La conversazione si è poi naturalmente spostata, nel corso della diretta, sulla possibilità didattica del fumetto; commentando il simpatico ma mai banale lavoro di James Kakalios; professore di fisica presso l’università del Minnesota autore del libro “La Fisica dei Supereroi” un testo di fisica teorica dove Kakalios utilizza esempi tratti dal mondo dei fumetti e nello specifico in quello dei supereroi evidenziando come molto spesso concetti oltremodo complessi sono racchiusi proprio dietro le gesta o i poteri di questi “eroi di carta”. Forse il linguaggio della scienza e della conoscenza possono lavorare ancora in sinergia con il mondo, apparentemente così lontano, del fumetto; forse è ancora possibile credere che si possano veicolare informazioni proprio grazie a questa forma d’arte tanto amata. Come direbbe Dylan Dog: “Il fatto che io creda o meno all’autenticità di tali fenomeni è del tutto irrilevante. Ciò che conta è che non mi rifiuto a priori di crederci, come fa la maggior parte della gente “seria”.
Andrea Lupoli

martedì 18 settembre 2012

“Essere molto malati ed essere morti sono condizioni molto simili agli occhi della società..." O no?


“Essere molto malati ed essere morti sono condizioni molto simili agli occhi della società”. E’ con questa frase che lo scrittore statunitense Charles Bukowski definisce la condizione del malato in una delle sue, forse poco note, opere (Sotto un sole di sigarette e cetrioli nda). In un sistema sanitario moderno e modernizzato, quello di cui fruisce la parte di mondo “fortunata”, aumenta in linea teorica l’età media delle persone che vedono però drasticamente diminuire in proporzione la loro salute. Il benessere psicofisico traballa sotto i colpi di una medicina spesso disumanizzata e lontana dal paziente che diviene si oggetto di cure ma non soggetto delle dovute attenzioni che un essere umano, imprescindibilmente dalla sua condizione di malato, necessita. In un’ottica complessa e controversa, di “Bukowskiana memoria”, si muovono alcuni passi importanti affinché non ci si limiti alla somministrazione di trattamenti sanitari ma si vada oltre, inserendo il malato in un contesto terapeutico più ampio che finalmente tocca aspetti non solo biologici. Nasce, sotto questa luce a Roma, un nuovo day hospital per i circa 30.000 pazienti seguiti ogni anno dal Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Regina Elena di Roma, diretto da Francesco Cognetti. Su 600 metri quadri, adiacenti ad un area verde di 2mila metri quadri, i nuovi spazi dispongono di 24 poltrone ergonomiche per le infusioni chemioterapiche distribuite in 2 ampi open spaces, dove e’ garantita comunque la privacy, cui si aggiungono 4 posti letto. Le 150 visite e le oltre 100 terapie quotidiane, che si articolano su 5 giorni dalle 8.00 alle 19.00, si effettuano ora in un area dove e’ stato curato ogni minimo particolare con una attenzione all’aspetto psicologico del malato. Il progetto cromatico, promosso dal Direttore Sanitario, Amalia Allocca, e’ stato realizzato dall’architetto Paolo Brescia di ”Cromoambiente”. ”La nostra attivita’ – spiega Cognetti – e’ molto intensa. I nuovi ambienti sono molto funzionali e confortevoli con ampi open space che consentono il monitoraggio continuo da parte degli operatori sugli ammalati. Anche dal punto di vista estetico, il gioco di colori e’ particolarmente piacevole e favorisce un approccio di massima serenità”’. ”Con una architettura finalizzata all’umanizzazione delle cure – sottolinea Amalia Allocca – abbiamo cercato di alleggerire l’intensita’ emotiva di pazienti e di operatori”. Gli ambienti sono stati ”colorati” ed arredati secondo il Metodo Cromoambiente dell’architetto Paolo Brescia che spiega: ”La visione dinamica di giochi di colori e ottici se da una parte favorisce l’evasione degli utenti, dall’altra sostiene l’attenzione degli operatori. Gli ambienti sono caratterizzati da colori che facilitano la socializzazione, l’associazione d’idee con luoghi aperti oppure che aiutano a diminuire lo stress e la percezione olfattiva. I soffitti, bi o tricolori aiutano ad evadere e fantasticare con il pensiero, come pure i vari giochi ottici disseminati nei nuovi ambienti”. Ampie vetrate consentono la vista su un grande giardino ombreggiato che sara’ ulteriormente attrezzato per i pazienti che lo popoleranno nelle belle giornate. L’area del Day Hospital e’ adiacente all’atrio principale degli Istituti, cio’ insieme al giardino consente quindi ampi movimenti ai pazienti che vengono tutti dotati di un dispositivo ”cercapersone” (donazione dell’associazione AMOC) che li avvisa quando e’ il loro turno di visita o di terapia. ”Questo nuovo spazio all’interno dell’Istituto – conclude Lucio Capurso, Direttore Generale IFO – e’ un ulteriore importante tassello che si inserisce nei nostri progetti di umanizzazione delle cure”.


Andrea Lupoli

giovedì 10 maggio 2012

Lo stress da week end in famiglia



Il Relax del fine settimana, legato alla cessazione dell’attività lavorativa, diviene una “chimera” irraggiungibile. Tra preoccupazioni economiche, impegni dei figli, tensioni con il partner e fughe tecnologiche, armati di smart-phone e tablet, il weekend in famiglia diventa il momento principale di stress per molti italiani. Lo rivela uno studio dell'Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico, che da mesi tiene sotto controllo le reazioni degli italiani rispetto alla difficile situazione politico-sociale-economica che sta vivendo il nostro Paese. Gli esperti mostrano una “fotografia” amara della situazione, ottenuta esaminando le risposte di 800 persone che hanno partecipato al sondaggio on line sullo stress, pubblicato sul sito dell'Eurodap (www.eurodap.it). I I risultati che ne emergono sono preoccupanti. “La famiglia, da luogo di tranquillità dove ci si poteva ricaricare, lontano dal lavoro e dalle preoccupazioni - spiega Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente Eurodap - oggi procura forte stress soprattutto nel fine settimana”. Secondo la Vinciguerra, responsabile dell'Unità Italiana Attacchi di Panico presso la Clinica Paideia di Roma intervistata da Adnkronos Salute, soffrono di stress da weekend in famiglia “Sia gli uomini sia le donne, anche se i primi manifestano disturbi più evidenti”. Ma in realtà questo “malessere” generale a quali sintomi è associato? La stessa Vinciguerra non ha dubbi: “Senso di soffocamento, stato di irritabilità elevato o apatia ed insonnia: sono alcuni dei sintomi riscontrati in molte persone che hanno preso parte al sondaggio online. L'origine di questo stato, aggiunge, va ricercato nella precarietà economica e lavorativa che moltissimi italiani stanno vivendo”.
Conclude infine la Dott.ssa: “La paura di perdere il lavoro, le ristrettezze economiche alle quali sono costrette molte persone, creano la sensazione di fallimento e di inadeguatezza. Gli uomini, già in ansia per la precarietà lavorativa, si sentono capofamiglia in difficoltà rispetto ai figli e alla propria compagna - spiega - ma difficilmente reagiscono a questo disagio aumentando attenzioni e gentilezze”. In effetti gli uomini, stando a tale sondaggio, si vanno sempre più a “trincerare” dietro una tecnologia rappresentata da Pc, Tablet e Smartphone, che gli offre una possibilità di evasione e li solleva dalle responsabilità coniugali che nel week end sembrano più pesanti che mai. Purtroppo la famiglia sta lentamente mutando nel tempo divenendo sempre più “specchio” di una realtà troppo difficile.

"Wendy? Sono a casa, amore! Su, vieni fuori. Dove ti nascondi?" (Jack Torrance-Jack Nicholson-Shining-)

giovedì 3 maggio 2012

Cellulare si, Cellulare no


Gli studi fatti finora sui danni dall’uso del cellulare sono sufficienti almeno a farli usare con alcune precauzioni. Lo ha affermato l’epidemiologa Devra Davis durante una lezione all’università Sapienza di Roma. Davis ha presentato alcune ricerche sull’effetto negativo delle microonde sugli spermatozoi e sul cervello, soprattutto dei bambini: «Nessuno dice che il telefonino non va usato – ha spiegato – ma bisogna cercare di limitare al massimo i rischi». Secondo la ricercatrice, che ha guidato la National Science Foundation americana ed ha vinto diversi premi per i suoi studi sugli effetti del tabacco, le ricerche che hanno escluso i rischi di tumore hanno un grosso limite: «Gli effetti sui tumori al cervello delle bombe su Hiroshima si sono visti solo 40 anni dopo – ha sottolineato – gli studi fatti finora si basano su un uso di al massimo 10 anni e da parte degli adulti. Non possiamo permetterci di aspettare i risultati fra decenni». I suggerimenti dell’esperta sono di non usare troppo il telefonino, di non farlo mai utilizzare ai bambini e soprattutto di non tenerlo troppo vicino al corpo, in tasca o nel reggiseno: «Stiamo studiano un caso che potrebbe essere emblematico – ha raccontato Davis, che ha diretto anche l’University of Pittsburgh Cancer Institute – una donna vegetariana, sportiva, con 3 figli e meno di 40 anni, fattori che proteggono dal tumore al seno, ha tenuto il cellulare nel reggiseno 4 ore al giorno per 7 anni, e ha sviluppato tre tumori primari alla mammella contemporaneamente. Potrebbe essere una coincidenza, ma secondo me è già sufficiente a destare qualche preoccupazione». L’epidemiologa ha scritto un libro sull’argomento, dal titolo Disconnect, da cui è stato tratto un documentario la cui versione italiana verrà presentata domani presso la sede dell’International Society of Doctors for Environment – Medici per l’Ambiente (Isde) di Roma.

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